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Telecamere e tecnologie teatrali: l’intervista al cast di Julie

È in scena al Teatro Franco Parenti di Milano, dal 10 al 14 aprile 2024, il primo spettacolo del nostro gruppo di ricerca: Julie, adattamento de La signorina Julie (1888) di August Strindberg, produzione del Centro Teatrale Bresciano in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano. Sul palco ci saranno Matteo Bonanni e Maria Laura Palmeri per la regia di Paolo Bignamini su drammaturgia di Maddalena Mazzocut-Mis.

La pièce, destinata a una trasposizione in realtà virtuale, prevede sin dalla messinscena a teatro l’introduzione di elementi multimediali: gli attori interagiranno con una telecamera montata su un treppiede, dando allo spettatore la possibilità di osservare l’azione anche attraverso il feed proiettato in diretta su una parete della sala. Ne abbiamo parlato con i due protagonisti.

I protagonisti di Julie

Nel 2011 Laura Palmeri viene ammessa alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano, con la direzione di Luca Ronconi. Dopo il diploma fonda la compagnia Bezo.art, con la quale organizza per tre anni consecutivi il Piccolo Festival teatrale. Dopo la scuola approfondisce lo studio della voce e del canto con Bruno De Franceschi. Ha curato diversi spettacoli nel ruolo di regista e attrice, lavorando con Giacomo Giuntini, Walter Le Moli, Nicoletta Robello, Massimiliano Farau, Carmelo Rifici, Yvonne Capece, Gianluigi Gherzi.

Matteo Bonanni si diploma attore presso la Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano nel 2007. Da allora lavora in numerose produzioni teatrali ospitate in alcuni tra i più importanti teatri italiani. Lavora con numerosi registi e attori come Franco Branciaroli, Gigio Alberti, Paolo Bignamini, Andrea Chiodi, Marco Rampoldi, Fabio Sarti. Accanto al lavoro teatrale si occupa anche di speakeraggio e podcast come voce e autore, di audiovisivo in qualità di regista.

Un nuovo ecosistema mediale

Quale ritenete sia l’attualità del testo di Strindberg, tradizionalmente accusato di misoginia? È soltanto una vicenda privata o ha ancora la possibilità di simbolizzare la lotta di sessi e la lotta di classe?

LP: “Secondo me non parla male delle donne, ma dell’essere umano in generale. La cosa interessante del testo è che mostra come l’essere umano, uomo o donna, se messo in certe condizioni, cade rovinosamente. È come una macchina infernale: una volta che si instaurano delle dinamiche, che si fondano su un tipo di rapporto servo-padrone che poi alla fine si inverte, nascono delle conseguenze a cascata”.

MB: “A livello di riflessione sul genere, Julie è una protagonista molto particolare. Quindi se anche fosse una donna fragile, non mi viene da dire che rappresenti l’intero universo femminile. Appunto sia Jean sia Julie ne vengono fuori male, emerge tutto il marcio dell’essere umano, dal punto di vista femminile e maschile insieme. Certamente rimane un testo dell’Ottocento, con una stilizzazione del rapporto che forse risente un po’ delle concezioni del tempo, ma in realtà con il lavoro che abbiamo fatto, quella componente è stata attenuata. Mi riferisco alla differenza di classe sociale, al fatto che lei fosse donna e lui uomo, che lei fosse considerata disonorata. Tutto ciò viene meno nella nostra rappresentazione. La componente accusata di misoginia se n’è andata naturalmente”.

Interagirete con una telecamera in scena. Quali sfide ha comportato questa scelta registica per la vostra interpretazione?

LP: “La telecamera è diventata un terzo personaggio, ma anche una parte di Julie. È Julie che si autodetermina con la telecamera, fino al punto in cui la telecamera si spegne e quindi una parte di lei non c’è più. Chiaramente si tratta di una riflessione sul rapporto tra persona e alcuni codici estetici ed espressivi del panorama contemporaneo, dai social media alla pornografia amatoriale. Abbiamo inserito La signorina Julie dentro questo ecosistema mediale”.

MB: “La telecamera diventa anche un modo per mostrare l’immagine che ognuno ha di sé, la maschera un po’ pirandelliana della questione. La telecamera consente ai protagonisti di mostrarsi diversi da quello che sono in realtà. Oppure, all’opposto, in un paio di scene, la telecamera diventa quasi un confessionale, quindi è reale soltanto quanto detto davanti all’obiettivo. In definitiva altera la percezione di sé e della realtà”.

Teatro e realtà virtuale

Julie afferisce a un progetto di ricerca sul teatro in realtà virtuale. In che modo credete che dispositivi tecnologici come telecamere 360° possano influire sulla vostra recitazione?

LP: “Sarà tutto da vedere! In generale sono una persona analogica, però paradossalmente mi è capitato spesso di confrontarmi nel lavoro teatrale con la tecnologia. Tuttavia credo che alla fin fine il lavoro attoriale non cambia. L’attore deve comunque stare nel qui e ora, persino davanti a una telecamera, l’attore per sua natura è molto legato alla realtà, al presente. La tecnologia è uno strumento, poi la realtà virtuale ci consentirà di fare riflessioni formali su come restituire lo spettacolo in un secondo momento. Ma non è un caso che comunque siamo dovuti partire da un lavoro tradizionale. Julie è la quintessenza del teatro”.

MB: “Per lavoro e per passione sono sempre stato interessato alla tecnologia. Facendo anche il videomaker, conosco abbastanza i mezzi. Quella sulla VR è una riflessione che mi è capitato di fare in maniera approfondita durante il Covid, quando non si poteva più fare teatro in presenza. Sono stati fatti diversi esperimenti con il teatro che diventa quasi cinema (telecamere e montaggio) o anche con delle visioni a 360°. Secondo me possiamo distinguere due tipi di tecnologie: una in scena all’interno dello spettacolo, l’altra di fruizione. Come diceva Laura, il lavoro dell’attore deve prescindere da come vengono fruiti gli spettacoli. Il problema sarà come tradurre la fruizione teatrale che è fatta di respiro, di sudore, di visione, di rapporti, di relazione, in maniera virtuale. Cosa si perde, cosa si guadagna? Si deve fare in modo che la perdita non sia superiore al guadagno, quindi probabilmente bisogna fare una riflessione di trasposizione piuttosto che sul mezzo, quindi di fruizione. È una questione interessante con cui il teatro oggi deve fare i conti”.

Insieme a dramaturg e regista è venuto spontaneo interrogarsi sulla prefazione di Strindberg a La signorina Julie, in particolare sulla concezione della scena naturalistica. Credete che la realtà virtuale, grazie al fotorealismo e ai video immersivi 360°, possa configurarsi come nuovo teatro naturalistico?

LP: “Se posso dire la mia, la vera sfida è inserire la tecnologia senza perdere quella che è la peculiarità del teatro”.

MB: “Bisogna evitare di scimmiottare un altro linguaggio, cioè fare il teatro come se fosse cinema. Anche perché il teatro è di per sé evocativo per definizione, mentre il cinema mostra. Quindi una volta che tu mostri tutto, entri in un diverso codice espressivo. Invece nel teatro, come nella letteratura, non funziona così. C’è una parte che rimane appunto evocativa, richiama delle immagini, delle emozioni, delle sensazioni che non sono mostrate direttamente”.

La questione del pubblico

Le nuove tecnologie possono avvicinare spettatori, specialmente giovani, al teatro?

LP: “Secondo me questo ragionamento parte dal presupposto che il teatro sia un posto noioso dove nessuno vuole andare, ma in realtà dipende da come è fatto. Quindi non vedrei la tecnologia come un mezzo per accalappiare il pubblico. Però è inevitabile che la tecnologia entri nel teatro, perché è entrata dentro l’essere umano. Esiste poi una questione economica, nel senso che il teatro lavora con pochi soldi, quindi nel momento in cui si decide di introdurre la tecnologia senza compromettere la qualità, diventa tutto più complesso da gestire”.

In effetti, dal deus ex machina di Euripide alle riflessioni delle avanguardie storiche, talvolta si ha l’impressione di porsi sempre le stesse domande parlando di teatro e tecnologia. Forse è proprio questa la conferma che continuiamo a fare teatro nonostante tutto? Il fatto di porsi sempre le stesse domande…

LP e MB: “Ci sembra la conclusione più efficace per questa chiacchierata!”.

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Vincenzo Pernice
Assegnista di ricerca, PNRR CHANGES Spoke 2 WP4

Dottore di ricerca in Visual and media studies, svolge Oltre le quinte: progettazione di uno storytelling multimediale per comunicare e valorizzare nuove esperienze performative e il patrimonio teatrale italiano.

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