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Esperienza tecnica ed esperienza estetica: un’introduzione filosofica

La relazione tra esperienza estetica e tecnica si impone oggi all’attenzione più che in passato, perché le nuove tecnologie si sono affermate inequivocabilmente come il campo di sperimentazione privilegiato delle arti. In questo contributo affronteremo la seguente domanda: quale può essere il compito dell’arte in un’epoca dominata dalla tecnica? Il discorso si articolerà in due parti.  La prima offrirà una panoramica sul modo in cui alcuni influenti pensatori del Novecento hanno riflettuto sul rapporto tra l’uomo e la tecnologia; la seconda metterà in luce come le pratiche artistiche, servendosi dei mezzi offerti dalle stesse tecnologie, possono riqualificare e arricchire tale rapporto.

La tecnica come strumento e come protesi

Una tesi classica sul rapporto tra uomo e tecnica, esposta dall’antropologo tedesco Arnold Gehlen in L’uomo nell’era della tecnica (1967), considera la tecnica come uno strumento che supplisce alle carenze adattive umane. Non essendo abili come gli altri animali nelle attività che concernono la nostra potenza fisica, superiamo tali carenze avvalendoci di strumenti tecnici. Da questo punto di vista, gli oggetti tecnici si configurano come semplici utensili, come risposte a bisogni pratici.

In antitesi alla concezione strumentale è la posizione del paleontologo francese André Leroi-Gourhan, autore de Il gesto e la parola (1964-1965). A suo avviso, la tecnica non è il prodotto di un sapere elaborato da una determinata specie zoologica per creare ciò di cui la natura non l’aveva dotata. Essa si configura piuttosto come una protesi originariamente connessa alla natura umana, che è intrinsecamente e da sempre ibridata con l’artificiale. “La mano umana è umana per quanto se ne distacca e non per quello che è”, scrive Leroi-Gourhan, e “l’utensile è in qualche modo trasudato dall’uomo nel corso della sua evoluzione”. Simili affermazioni individuano quale tratto caratteristico dell’uomo un necessario prolungamento di sé nell’ambito dell’inorganico. L’uomo, cioè, è sempre stato tecnologico e la tecnologia è sempre stata umana.

Il modo di esistenza degli oggetti tecnici

Nata come prolungamento del corpo, la tecnica assume una crescente autonomia fino a presentarsi come dotata di “vita propria”. Alle condizioni di esistenza dell’universo tecnologico il filosofo francese Gilbert Simondon ha dedicato il saggio Del modo di esistenza degli oggetti tecnici (1958). Quella di Simondon è una concezione non antropologica della tecnica, che pone cioè in secondo piano la sua natura di mezzo o utensile. Certo, l’oggetto tecnico è uno strumento in mano all’uomo, ma nell’analizzarlo la prima domanda da porsi non è “a cosa serve?” ma “come funziona?”. Ciò permette di vedere l’oggetto tecnico come un’unità in divenire. Tale divenire consiste, per Simondon, nel passaggio da un livello astratto, in cui le componenti dell’oggetto tecnico funzionano in modo indipendente le une dalle altre, a un progressiva concretizzazione data dall’accrescersi del coordinamento delle componenti. In questo movimento si inserisce l’intervento dell’uomo. Esso è sì indispensabile (garantisce il perfezionamento dell’oggetto tecnico), ma anche e al tempo stesso integrato nel modo di esistenza dell’oggetto, dunque da esso anticipato e istruito. Quello tra uomo e tecnica è quindi un rapporto irriducibile al dominio dell’uno o dell’altro, ma che esercita piuttosto effetti costituenti sull’uno e sull’altro termine della coppia

Tecnologia e sensibilità umana

La relativa autonomia che Simondon riconosce agli oggetti tecnici si traduce, nella riflessione di Marshall McLuhan, nella loro capacità di plasmare la sensibilità umana. Nel celebre Gli strumenti del comunicare (1964), lo studioso canadese propone la tesi secondo cui le tecnologie (da lui identificate con i media) riorganizzano la vita sensibile perché ne sono un’estensione. Può essere considerato come medium qualsiasi costrutto artificiale che si propone come un’estensione dei nostri sensi e che ha quindi come effetto quello di trasformare il nostro orizzonte esperienziale e conoscitivo. A questa tesi McLuhan perviene attraverso l’analisi di un medium emblematico: l’elettricità. Grazie alla sua capacità di proporsi come estensione globale del nostro sistema nervoso, l’elettricità mostra quanto i media siano capaci di trasformare la nostra percezione dello spazio e del tempo, i nostri stili di vita, le nostre forme di conoscenza, e come siano in grado di farlo a prescindere dai contenuti che trasmettono. I media non sono più dei meri strumenti a nostra disposizione, ma si configurano piuttosto come l’ambiente in cui siamo immersi, il quale a sua volta ci coinvolge, orientando e strutturando la possibilità delle nostre interazioni. 

Attraverso questa breve panoramica, abbiamo visto come la sensibilità umana presenti una spontanea tendenza a estendersi in artefatti inorganici che, oggi, sono diventati così pervasivi da costituire un vero e proprio ambiente. Ma in che modo tale sconfinamento inorganico incide sull’organizzazione dell’esperienza umana? A tale domanda cercheremo di rispondere nelle prossime settimane, in una seconda parte di questo approfondimento.

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Saverio Macrì
Assegnista di ricerca, PNRR CHANGES Spoke 2 WP4

Dottore di ricerca in Estetica e attualmente Assegnista presso l’Università degli Studi di Milano, i suoi studi vertono sulla filosofia di Gilbert Simondon e sul rapporto tra l’esperienza estetico-artistica e le nuove tecnologie.

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